Baciare la terra con i piedi

“Speravo, ma non so cosa” — Stephen King

Qualche volta mi addormento la sera sperando che domani sarà un giorno diverso, mi corico sperando che l’indomani avrò la forza ed il coraggio per iniziare ciò che anche nel giorno che si sta concludendo ho tralasciato, chiudo gli occhi sperando che la mattina dopo inizierò la giornata facendo ciò che davvero desidero fare, senza lasciarmi spegnere o vincolare dagli eventi. Spero tante cose quando la notte scende sulla città…ma quando si spera troppe cose vuol dire che in fondo non se ne spera nessuna.

“I’ve learned that no matter what happens, or how bad it seems today, life does go on, & it will be better tomorrow.” – Maya Angelou

“One should count each day a separate life.” — Seneca

“Tomorrow is always fresh, with no mistakes in it.” – Anonimo

Tanti modi per dire una cosa sola. Domani non dobbiamo essere per forza come siamo stati oggi, non dobbiamo ripetere errori o farci frenare dalle solite paure. Dobbiamo prendere l’esempio dei bambini…ricordano forse ciò per cui il giorno prima magari si erano disperati? Si limitano a ricordare quanto era stato bello giocare ieri o non desiderano forse ripetere per l’ennesima volta quel gioco che li diverte? Noi dovremmo essere come loro, ogni sera ripulire la nostra anima dalle macchie perchè sia linda, rinnovata l’indomani mattina. Un vecchio paradosso si chiede se la nostra memoria non possa essere un ricordo instillato dal creatore nella nostra mente per farci credere di aver vissuto una vita che invece sta iniziando in questo istante. Questo non è un paradosso che può essere risolto ma certamente può essere imitato. Dio può tutto ma ripulirci la mente dagli errori del passato è qualcosa che anche noi possiamo e dobbiamo fare.

“The first step to getting good is admitting that you aren’t (yet.)” – Seth Godin

“To admit you were wrong is to declare you are wiser now than before.”

Da adolescente consideravo la coerenza uno dei valori più alti, forse addirittura il più alto. Il merito delle questioni passava in secondo piano rispetto alla coerenza con la quale venivano affrontate. Nella dicotomia di giudizio tipica dei giovani, a conquistare la mia approvazione era sempre la via più coerente, ancorchè estrema. Non ci potevano essere zone di grigio, l’ambiguità mi era invisa, spazio lasciato agli indecisi, non certo a me. La coerenza è una gran cosa finchè va tutto bene ma il problema inizia quando capita di sbagliare. A quel punto la coerenza diventa il nostro peggior nemico, tutto intento a rinforzare le nostre convinzioni erronee. Mi sono accorto di essere diventato adulto quando ho smesso di credere che ci fosse qualcosa di sbagliato nel cambiare idea. Anzi. Mettere continuamente in discussione le proprie idee è il modo migliore di progredire nella vita, come correggere frequentemente la traiettoria della propria auto con il volante è il modo migliore per non andare a sbattere e non sbagliare strada.

“What is not started today is never finished tomorrow.” – Johann Wolfgang von Goethe

Il segreto di iniziare è…iniziare. Semplice. Qualunque altro metodo per iniziare non può fare che più danni di quanti ne risolva. Iniziare non vuol dire fare le cose bene, nè presto, nè produttivamente. Vuol dire iniziare. Non sai suonare e vuoi imparare? Mettiti alla tastiera e inizia. Non sai dipingere e ti piacerebbe farlo? Prendi pastelli, pennelli, pennarelli, quello che vuoi ma imbratta qualcosa. Non sai giocare a scacchi ma ti hanno sempre incuriosito? Procurati una scacchiera ed un avversario in carne ed ossa. Nessuno ha mai imparato qualcosa senza sporcarsi le mani e prepararsi a farlo non ti eviterà di sporcarti comunque le mani. Dunque meglio farlo subito. Il bene verrà dopo.

“Do first things first, and second things not at all.” – Peter Drucker

Prima di fare qualcosa c’è sempre qualcos’altro da fare – recitava su per giù una delle leggi di Murphy. Ci può anche essere del vero in questo ma è importante non lasciarsi coinvolgere troppo dalle cose secondarie. Tante volte mi è capitato nella vita da concentrarmi così tanto sulle cose accessorie da dimenticarmi di ciò per cui avevo iniziato oppure di stancarmi al punto da rinunciare a tutto, sfiduciato da tutto quel tempo che avevo perso per una questione secondaria. Non dobbiamo mai dimenticare che scopo del gioco della vita non è quello di fare tutto e perfettamente ma di fare il meglio che possiamo fare tenendo conto dei vincoli cui siamo inevitabilmente assoggettati. Un amico giustamente mi riprendeva quando parlavo di poco tempo e replicava che il tempo non è “poco” ma “limitato”. E’cosa ben diversa perchè il “poco” implica un’insufficienza mentre il “limitato” è un vincolo naturale della vita che ci chiede di rivedere le nostre priorità.

Ricordo – permettetemi un amarcord scacchistico – che una decina di anni fa mi ero messo in testa di conquistare il titolo magistrale con uno studio estensivo e accurato delle varie fasi della partita. Passavo dunque giorni e giorni ad analizzare oscure varianti di apertura e a imparare esaustivamente le varie tipologie di finali elementari. Risultato? Il progetto è stato ovviamente abortito ad una percentuale infinitesima del suo progresso. Le varianti di apertura che ho studiato per larga parte non le ho mai usate nè le ricordo più…meglio visto che in dieci anni la teoria si è evoluta al punto che esse avrebbero comunque perso di validità. Per i finali? Mi sono praticamente limitato ai finali di pedoni che wikipedia mi informa costituiscono il 2.87% dei finali nella pratica dei tornei. Il desiderio di completare tutte le conoscenze secondarie, che io ritenevo erroneamente essenziali al mio obiettivo, mi hanno distratto e demoralizzato.

“Rifletti, prima di pensare.” Stanislaw Jerzy Lec

Dunque iniziare subito ma non farsi guidare dagli istinti. E non basta “pensare”, meglio ancora è “riflettere” su ciò a cui è bene pensare. Può sembrare una inutile finezza ma non è così. La vita moderna ci costringe ad essere costantemente attivi, da quando la mattina litighi con il display del microonde alla sera quando imposti la sveglia sul tablet, la nostra mente “pensa”. Ma non siamo più abituati a lasciare ai pensieri il tempo di plasmarsi, i nostri pensieri sono rapidi, frenetici. Invece se si vuole fare qualcosa di buono nella vita occorre riservarsi del tempo per farlo. Questo è uno dei trucchi più potenti che ho applicato a me stesso – riservarmi del tempo. Non importa se farò quello per cui quel tempo era stato riservato, quel tempo è e rimane escluso dal resto. Quando mi alleno, ad esempio, mi riservo un’ora. Non importa se in quell’ora io correrò, camminerò o starò seduto sulla panchina. L’idea che quell’ora sia comunque riservata per l’allenamento mi rasserena e mi fa godere di più di quell’attività. Al contrario sarebbe invece forte la tentazione dopo mezz’ora di corsa di accontentarsi di quanto fatto e correre freneticamente a casa per usare la rimanente mezz’ora in altro modo, vanificando il benessere psicofisico ottenuto con la corsa.

“Coltivate solo quelle abitudini da cui siete disposti a farvi dominare.” Kin Hubbard

La colpa maggiore che io attribuisco agli organi di informazione è quella di distorcere la verità ad uso e consumo del sensazionalismo. Fa molta presa sul pubblico leggere una storia di successo ottenuta in modo non convenzionale, magari anzi violando qualche regola più o meno scritta. Al pubblico piace l’eroe o l’antieroe, non piace invece ciò che è convenzionale, prevedibile. Curiosamente la gente preferisce sentirsi dire che certi risultati sono al di fuori della propria portata piuttosto che ascoltare storie di chi ce l’ha fatta attraverso un impegno quotidiano. Proprio così, la realtà è questa. L’unica strada verso l’eccellenza è quella lasticata di abitudini quotidiane. Il talento, la genialità, sono solo parole con le quali racchiudiamo tutto il lavoro quotidiano che non vogliamo vedere negli altri.

“You decide every moment of every day who you are and what you believe in. You get a second chance, every second.”

Se anche voi avete pensato a tutti i giorni del vostro passato che avete perso senza fare ciò che avreste voluto, beh sappiate di essere in mia compagnia. Non passa giorno in cui non mi venga da rimpiangere quegli istanti in cui ho deciso di lasciar perdere qualcosa o di rimandarlo fino a dimenticarmene del tutto. Ma quei pensieri non possono impedirmi di non ripetere quell’errore. Anche quando sono duri, gli insegnamenti della vita sono tutto quello che ci rimane del nostro passato.

“Time has a wonderful way of showing us what really matters.” – Margaret Peters

“You must take action now that will move you towards your goals. Develop a sense of urgency in your life.” – Les Brown

Sviluppare un senso di urgenza non sembra un gran consiglio ma ritorno alle parole di quel mio amico che citavo prima. Il tempo è limitato. Non poco, non troppo. Limitato. Un giusto senso di urgenza è dunque necessario, l’importante è farlo in modo equilibrato. Alla fine si torna sempre a questo. Non esistono soluzioni definite, univoche o generali. Esiste ciò che funziona per noi. E dato che anche noi non siamo sempre gli stessi (vivaddio!) anche il nostro equilibrio può variare. In ognuno di noi convivono tante sfaccettature, come diceva qualcuno su twitter (mi perdonerà l’autore se non lo ricordo)

“Ho due personalità. Ed il problema più grande è che entrambe hanno sempre ragione.”

A ben pensare non dobbiamo giustificare con nessuno neanche la molteplicità dei nostri pensieri. Ogni giorno è diverso, ogni scelta è unica perchè unico è l’istante in cui essa avviene. A fine giornata dobbiamo rendere conto solo a noi stessi e l’unico modo per superare questo esame di coscienza quotidiano è seguire il consiglio di Rod Steiger

“The most important thing is to be whatever you are without shame.”

Sottolineo il senza vergogna. Non basta essere chi si è, occorre trovare il modo di esserlo senza vergogna. In fondo, come diceva qualcuno,

“è triste essere un’eccezione ma è ancora più triste non esserlo”

E io credo che in fondo tutti lo siamo a nostro modo. Ogni uomo è un mondo a parte eppure tutti condividiamo questa straordinaria esperienza della vita sulla terra. Dovremmo essere più grati per questo, verso il destino e verso gli altri. E come disse Thich Nhat Hann

“Cammina come se stessi baciando la terra con i tuoi piedi”.

La strada della felicità

“Life isn’t fair. It isn’t going to be fair. Stop sniveling and whining and go out and make it happen for you.” – Dick Butler

La vita è dura. Qualche volta molto dura. Ma mai così dura da non essere degna di essere vissuta. Negli scorsi anni ho riflettuto a lungo (troppo, qui si posso dirlo) sul significato della vita e su come si possa superarne i momenti più difficili, tanto più dolorosi quanto più intenso è lo slancio della propria anima verso il bene. Dopo tutto questo tempo ho capito alcune cose che vorrei condividere con i miei coraggiosi lettori.

“Most people aren’t really happy, but they aren’t unhappy enough to do any thing about it. That’s a dangerous place to be.”

Sebbene siamo tutti d’accordo che la vita sia dura, la maggior parte di noi si ritiene sufficientemente fortunata. In fondo siamo nati nella parte “benestante” del pianeta, non dobbiamo preoccuparci eccessivamente del nostro futuro, abbiamo case riscaldate, mezzi di trasporto, cibo in abbondanza…vediamo bene le cose che non vanno nella nostra vita ma non possiamo non ricordarci di chi è stato od è ancora meno fortunato di noi. Sebbene sia un approccio che ha i suoi lati positivi (il meglio è nemico del bene diceva qualcuno), è anche vero che non possiamo fare sconti quando si parla della nostra felicità. Sapere che c’è chi è meno fortunato di noi può essere una spinta a lavorare per un futuro migliore e un incoraggiamento a far fruttare i talenti che ci sono stati affidati…ma non può e non deve mai diventare motivo per accontentarsi di ciò che in cuor nostro non sentiamo bastarci.

“You will never win if you never begin.” – Robert H. Schuller

Il primo passo è ovviamente quello di iniziare. Non farai mai ciò che non inizi. Non solo. Non saprai mai se ciò che vorresti iniziare ti piace veramente e ha senso farlo nei modi che da tempo accarezzi nella tua mente. Quante volte le cose si sono rivelate meno gratificanti, meno poetiche di come le vedevamo prima di iniziare? Se non inizi, se non esci dalla tua zona di confort fatta di sogni disconnessi dalla realtà, allora inutile continuare a parlare.

“If you can’t make a mistake, you can’t make anything.” – Marva Collins

Uscire dalla zona di confort vuol dire commettere degli errori. Ovvio, altrimenti non si chiamerebbe zona di confort. La società moderna stigmatizza gli errori, li considera un’anomalia quando invece l’errore è forse il punto di forza del pensiero umano. Proprio così. Il limite dei computer, non sono io il primo a dirlo, è proprio quello che non sono capaci di sbagliare. Se un programma di scacchi valuta erroneamente una posizione, esso ripeterà lo stesso errore ogni volta che si troverà davanti una posizione analoga. E’ relativamente facile correggere l’errore riguardo a quella posizione specifica ma difficilissimo istruire il cervello di silicio ad usare quella conoscenza acquisita in posizioni simili ma non uguali. In fondo la capacità più sorprendente del cervello umano è quello di creare legami logici tra entità apparentemente distinte. Ciò discende direttamente dalla capacità umana di usare l’errore come primo passo in un processo di apprendimento. Si sbaglia, si corregge, si impara, si usa la nuova conoscenza. Ma se non si commettono errori non si può imparare nulla.

“Enjoy failure and learn from it. You can never learn from success.” – James Dyson

Appunto. Non si può imparare dal successo. Se tu provi a tirare a canestro e fai centro, non hai imparato nulla. Hai fatto canestro, ok, ma non puoi certamente pensare di andare a segno sempre e comunque. Ti è andata bene, tutto qui. Quando invece sbagli, allora si che le cose si fanno interessanti perchè puoi imparare qualcosa di nuovo. Sbagliavi qualcosa e non lo sapevi mentre ora lo sai, e puoi migliorare.

“You miss 100% of the shots you don’t take.” – Wayne Gretzky

Per anni non ho fatto cose per paura di fallire. Se vincevo una partita di scacchi online non concedevo la rivincita per paura di perdere contro un avversario assetato di vendetta. Oggi invece la penso al contrario. Mi piace giocare e rigiocare anche contro le stesse persone perchè concedo a me e a loro l’occasione di migliorare. Non c’è stata sensazione più bella di quando un avversario, dopo aver ripetutamente perso contro di me nella stessa variante, ha smesso di chiedermi la rivincita. Avevo affrontato la sua sete di rivincita e l’avevo rimandato a casa ancora assetato. Ma anche se avessi perso, e mi è ovviamente successo, bene così. Perchè non solo devi “sopportare” il fallimento ma devi addirittura “apprezzarlo”.

“Success is the proper utilization of failure.”

Non credete a chi dice che la mentalità vincente è tutto quello che serve per evitare la sconfitta. Cazzate. Bobby Fischer è stato lo scacchista più vincente della storia eppure ha perso fantastiliardi di partite nel club scacchistico che frequentava prima di diventare il Bobby Fischer che abbiamo conosciuto noi. Questo non viene raccontato perchè non è ciò che alla gente piace sentirsi raccontare…alla gente che però non diventerà mai vincente.

“A man may make mistakes, but he isn’t a failure until he starts blaming someone else.” – John Wooden

Gli errori fanno parte della vita e lastricano la strada del successo. L’importante è non permettere mai agli errori di farci deviare dalla retta via proprio come non permetteremmo ad una buca di farci deviare dalla strada che intendiamo percorrere in auto. Serve attenzione e qualche volta possiamo farci male, ma gli errori non giustificano mai lo scoramento.

“Nothing will ever be attempted if all possible objections must be overcome first.”

Dunque vogliamo iniziare, fortissimamente. Eppure ci sono tanti “se” e “ma” che ci rimbombano nella testa, magari riverberati dalle persone che ci sono vicine e che si fregiano della loro posizione privilegiata nei nostri confronti per smorzare il nostro slancio. C’è dunque bisogno di un po’di chiarezza prima di effettuare davvero il primo passo. Innanzi tutto dobbiamo accettare il fatto che non possiamo rispondere a tutto e a tutti, neanche a noi stessi. Se iniziamo a rispondere alle nostre stesse domande ed incertezze, c’è probabilità che quel fatidico primo passo rimanga solo nelle ambizioni. D’altra parte il punto è proprio che non dobbiamo rispondere a tutto all’inizio proprio come non dobbiamo ricordare a memoria una strada per arrivare alla destinazione desiderata. Al momento in cui staremo all’incrocio, al bivio, al semaforo, rifletteremo su qualche sia la strada giusta da prendere. Nessuno ci corre dietro.

“Sometimes you gotta quit thinking so much. If it feels right, it probably is. So just go with it.”

Una volta lessi un brano di un libro di scacchi che si rivelò particolarmente illuminante. Affermava che un giocatore dovrebbe decidere a priori se fidarsi del suo intuito o del suo calcolo quando essi differiscono. Questa situazione si verifica frequentemente sulla scacchiera…un sacrificio di pezzo sembra condurre ad un attacco promettente…apparentemente decisivo…ma intravediamo una possibile linea di difesa per l’avversario…cosa fare a quel punto? L’orologio ticchetta e dobbiamo decidere se continuare ad analizzare le varianti, possibilità che ci stancherebbe senza condurci ad un giudizio definitivo, oppure fidarci del nostro intuito e lasciare che sia l’avversario a difendersi con le sue energie ed il suo tempo. Il confine tra genialità e follia è particolarmente sottile in queste circostanze. E’geniale percepire correttamente l’incisività dell’attacco ma è folle omettere di calcolare una difesa per l’avversario. Eppure io vi dico questo. Se l’attacco è ben preparato, difendersi correttamente è un compito al di là della capacità della maggior parte dei giocatori. Non solo. Anche qualora il nostro attacco si rivelasse un insuccesso, almeno avremo imparato da quell’errore mentre non altrettanto avrà fatto il nostro avversario che avrà solamente colto la comoda occasione offertagli dal nostro errore. Dunque io non ho dubbi, preparatevi come meglio potete ed imparate a calcolare quando più potete, ma alla fine imparatevi a fidare del vostro intuito. L’intuito deve essere affinato e non oppresso dalla razionalità.

“You do what’s in your gut- if you’ve been doing it long enough, what’s in your gut will be appropriate.” – Anderson Cooper

Proprio così. Imparate a “sentire” le cose prima di “pensarle”, usate il vostro cervello come un elemento sensoriale e non distaccato dalla realtà. Ricordo una volta di aver letto un’intervista a Maurizio Zanolla (alias Manolo) il famoso arrampicatore il quale affermava di “sentire” (prima di “calcolare”) il gesto giusto da compiere sulla parete – è come – queste se ricordo bene le sue parole – se il corpo mi suggerisse l’azione da effettuare. All’epoca rimasi perplesso, avrei pensato (o forse è giusto dire – avrei preferito) che Manolo affermasse la superiorità della mente sul corpo. Oggi invece apprezzo la sua sincerità e la sua corretta valutazione dell’importanza dell’istinto sensoriale.

“If I had to live my life again, I’d make the same mistakes, only sooner.” – Tallulah Bankhead

Non solo l’istinto non ci metterà al riparo dai guai ma probabilmente ci caccerà in situazioni così rognose da farci rimpiangere di aver iniziato. A me accade spesso sulla scacchiera di chiedermi perchè mai ho dato inizio ad un piano di cui non ero capace di calcolare le conseguenze e mi accade anche quando vado in bici, di chiedermi perchè mi dimentico sempre che il biglietto di ritorno è molto più costoso di quello di andata. Eppure vi dirò una cosa. Quelle volte che ho gettato il cuore oltre l’ostacolo, ignorando per giunta quanto fosse alto, mi hanno insegnato molte più cose di tutte le volte che, guidato dalla prudenza, ho evitato del tutto l’ostacolo. A tal proposito mi viene in mente il famoso scacchista danese Bent Larsen che, già considerato uno dei più forti giocatori al mondo, ad un certo punto della propria carriera si ripropose di giocare ogni partita cercando di vincerla a tutti i costi, senza timore di usare strategie eterodosse e senza paura per i rischi che ciò poteva comportare. Larsen non riuscì mai a diventare campione del mondo ed occasionalmente fu travolto da giocatori della sua caratura in grado di sfruttare impietosamente i difetti dei suoi esperimenti strategici…tuttavia egli ci ha regalato meravigliose perle delle 64 caselle che brilleranno per sempre come le grigie prestazioni dei suoi avversari non potranno mai.

“Winners are the people who make a habit of doing the things losers that are uncomfortable doing.” – Ed Foreman

L’esempio di Larsen ci insegna una cosa. Per diventare campioni, per diventare in generale persone migliori, occorre uscire dalla propria “zona di confort” e fare ciò che gli altri hanno paura di fare. Larsen era un giocatore fenomenale ed avrebbe potuto fare una carriera di scacchista di successo anche senza il proposito di vincere tutte le partite…anzi…forse avrebbe colto anche qualche vittoria in più se avesse evitato di cacciarsi nei guai in ogni partita e si fosse affidato maggiormente al “mestiere”…però non sarebbe stato il Larsen che ricordiamo ancora oggi. Questo vale per ogni aspetto della vita. E’comodo accontentarsi, è facile rinunciare, crogiolarsi in ciò che si potrebbe fare ma che allontaniamo da noi con continui ed ingiustificati rinvii.

“I just don’t want to die without a few scars.” – Chuck Palahniuk

Mi hanno sempre fatto sorridere le persone (e ne conosco molte, i miei genitori in primis) che hanno buttato via automobili meccanicamente sfinite ma esteticamente perfette, automobili senza un graffio nè una macchia sulla tappezzeria (ovviamente per l’uso delle “foderine” fino all’ultimo giorno). Io stesso mi sono trovato a buttare libri la cui carta emanava odore di stantio ma su cui non avevo mai avuto coraggio di scrivere un appunto. Che senso ha tutto questo? Tutto è fatto per essere vissuto, consunto, logorato, non per disattenzione o indifferenza sia chiaro, ma per un giusto e quotidiano uso. Ben venga la vetustà di un sedile se consegue a tante belle ore trascorse in viaggio come ben vengano le orecchie sulle pagine di un libro se ci ricordano i tanti momenti piacevoli trascorsi leggendolo.

“To get what you want, stop doing what isn’t working.” – Dennis Weaver

Mentre buttavo via quei libri ripensavo al fatto che in fondo non erano stati i primi oggetti di cui mi ero liberato a malincuore pur rendendomi conto di non averli mai usati con il dovuto impegno…ogni volta mi riprometto di affrontare differentemente i prossimi progetti…ma la storia si ripete con avvilente ripetitività. Eppure per cambiare basterebbe affidarsi ad un principio molto semplice, se una cosa non funziona, una, due, tre…dieci volte…non ha senso continuare a farla. Può sembrare una banalità ma basterebbe questo principio, applicato con sincero distacco, a far fare grandi passi in avanti nella realizzazione dei propri obiettivi.

“No one ever gets far unless he accomplishes the impossible at least once a day.” – Elbert Hubbard

Vivere è difficile. Sveglia, doccia, colazione, traffico, ufficio, pranzo, ufficio, traffico, palestra, cena, mille cose da fare, sonno. Può sembrare già un miracolo riuscire a fare tutto quello che ci si aspetta da noi. Eppure vi dico una cosa. Il possibile non basta. Se volete fare qualcosa di buono, non dico qualcosa di importante ma qualcosa di buono nella vita…beh allora dovete fare l’impossibile. Ricordo ad esempio Ildefonso Falcones, autore del bellissimo libro “La cattedrale del mare”, che raccontò in un’intervista di come egli fosse solito scrivere nelle primissime ore della mattina non potendo trovare altro tempo disponibile tra quello necessario al suo lavoro di avvocato e quello riservato ai suoi impegni di marito e padre di quattro figli. Se la memoria non mi inganna, Falcones disse che la stesura del libro gli aveva richiesto cinque anni di lavoro, cinque anni in cui egli ha ogni giorno realizzato ciò che molti altri avrebbero ritenuto impossibile.

“Every day of your life is a page of your history.” – Arabian Proverb

Ogni giorno è un passo in quel cammino chiamato vita. Può sembrare poca cosa un giorno, tanto da non addolorarci più se lo abbiamo sprecato. Eppure pensateci…una vita di 80 anni corrisponde a meno di 30 mila giorni. Buttatene via uno ed avrete rinunciato ad un piccolo ma irrecuperabile frammento della vostra storia personale…usatelo bene, realizzate il vostro piccolo miracolo quotidiano ed avrete compiuto un passo in avanti nella vostra leggenda personale.

“Yesterday you said tomorrow.”

Domani è una parola che andrebbe eliminata dal vocabolario. Il domani non esiste fino a quando noi abbiamo a disposizione l’oggi. Qualunque obiezione possiamo inventarci per l’oggi, esso è ancora qui davanti ai nostri occhi. L’oggi è la nostra quotidiana sfida al miracolo personale.

“The minute you start talking about what you’re going to do if you lose, you have lost.” – George Shultz

Non provate neanche a pensare che il domani è lì pronto a darci una seconda chance in cambio di un oggi buttato via. Il momento in cui ti fermi a riflettere a cosa puoi fare domani, l’oggi immediatamente si eclissa. Una volta stavo giocando una partita di scacchi e dopo poche mosse avevo commesso un’imprecisione…non un vero e proprio errore ma quanto bastava a permettere all’avversario di effettuare una manovra vantaggiosa che altrimenti sarebbe stata impossibile. Subito mi misi a riflettere se avrei potuto ancora vincere il torneo pur perdendo quella partita…poi mi sovvenne la frase appena citata…e mi resi conto che la mia mente stava già dando per persa quella partita…quale assurdità! Analizzata con occhi rinnovati la posizione mi resi conto che la manovra del mio avversario non era poi così desiderabile come sembrava a prima vista ed anzi lasciava pericolosamente sguarnito il suo monarca. Il mio contrattacco lo trafisse con sorprendente efficacia lasciando il mio avversario a chiedersi come avesse potuto perdere una posizione che sembrava così promettente.

“Be yourself, everyone else is already taken.” – Oscar Wilde

Alla fine la cosa più importante, ed anzi l’unica che in fondo conta, è che dobbiamo renderci conto di essere sempre e comunque noi stessi. Non dobbiamo giustificarci con nessuno, convincere nessuno, scusarci con nessuno, esortare nessuno…l’unica cosa che dobbiamo fare è essere noi stessi. Essere sè stessi è l’unico modo di onorare la propria vita e di fare del bene al prossimo…chi vorrebbe vederci diversi da come ci sentiamo nè ci vuol bene nè merita le nostre attenzioni. Chi vuole farci sentire in colpa per come siamo stia ben lontano da noi…il senso di colpa non ha mai contribuito a fare nulla di buono in questo mondo. Siamo unici, frutto inspiegabile di un’evoluzione di milioni di anni e siamo qui, su questo palcoscenico anomalo a dar vita al nostro personalissimo show. Non imitiamo nessun altro, il mondo non ha bisogno di doppioni, non inseguiamo successo o stima, nè l’una nell’altra ci doneranno un sorriso quando staremo soli con noi stessi. Facciamo quel che sentiamo di fare, quel che desideriamo intimamente e forse anche inspiegabilmente di fare, reclamiamo il nostro diritto ad essere autenticamente felici.

SPQR

Mi è sempre piaciuto il latino, dal primo momento l’ho trovata una lingua razionale, pulita, espressiva, oserei dire matematica. Ho sempre apprezzato anche i valori che il latino veicola, in particolare l’universalità dei popoli a cui si richiama. Sarà per il momento di crisi mondiale in cui viviamo, il latino mi appare ora anche pregevole per i contenuti che ci ha permesso di conservare e tramandare nei secoli. Invece di considerare i latini come italiani del passato, ora come ora mi piace sperare che gli italiani riescano a diventare i latini del futuro ritrovando quella spinta all’eccellenza che permise ai nostri antenati di primeggiare in ogni campo dello scibile umano, dal diritto all’ingegneria, dall’arte della guerra all’oratoria.

Ricordo che nel vocabolario che usavo al liceo vi era nelle pagine finali una piccola raccolta di motti e detti latini…li leggevo sempre con piacere in ogni momento libero in classe. Così mi è venuto in mente di andare a cercare alcune delle frasi latine più memorabili e mi pregio qui di condividere con voi le riflessioni che mi hanno suscitato.

Vista la situazione italiana attuale mi piace iniziare dalla politica…un ambito in cui poche frasi basteranno a convincerci che i latini avevano davvero visto lontano.

“Corruptissima republica plurimae leges”, “le leggi sono moltissime quando lo stato è corrottissimo” ci avverte Publio Cornelio Tacito, ed è davvero difficile non dargli ragione vista l’inestricabile selva di leggi, norme, comma, decreti che soffoca ogni aspetto della vita nella nostra nazione a dispetto di tutti i proclami di semplificazione che periodicamente risuonano.

I latini, a quanto pare, la sapevano lunga in fatto di corruzione, uno dei grandi mali della repubblica italiana, e Publio Siro ci ammonisce che “Beneficium accipere, libertatem est vendere” ovvero che “accettare un beneficio equivale a vendere la libertà”. La delicatezza nel parlare di “beneficio” è oltremodo surreale in una nazione dove conviviamo con le ben più rudi “mazzette” elargite a destra e manca.

D’altra parte Fedro ci ammoniva che “successus improborum plures allicit”, ovvero che “il successo dei malvagi alletta molti” e quando la malvagità dei potenti non viene punita allora rimane davvero ben poco a trattenere gli animi. Peccato perchè in fondo gli antichi romani avevano ben chiara l’importanza che i potenti fossero al di sopra di ogni sospetto ed erano soliti dire che “dignitas delinquentis peccatum auget” ovvero che “l’elevata posizione del reo aumenta la gravità del reato”. Chissà cosa direbbero i nostri saggi antenati di quei politici che si barricano dietro l’immunità per sfuggire alla giustizia.

Se vi può sembrare ingiusto leggere la situazione attuale attraverso gli occhi di uomini vissuti due millenni fa, vi farà piacere sapere che i latini erano ben consapevoli della transitorietà di ogni giudizio e Aulo Gellio, forse con un po’di amarezza, ci ricordava che “veritas filia temporis” ovvero che “la verità è figlia del tempo”.

Una cosa che mi è sempre piaciuto degli antici romani era il rispetto riservato all’istruzione. Oggi i ragazzi sembrano studiare anzitutto per rimandare l’ingresso in un mondo del lavoro che li rifiuta e così finiscono per beccarsi anche l’epiteto di bamboccioni. In passato non era così e c’era grande rispetto per chi si confrontava con un progetto di vita ambizioso.

Ad augusta per angusta, alle cose eccelse si arriva attraverso le difficoltà – sentenziavano i latini, e con lo stesso significato e simile gioco fonetico dicevano – per aspera ad astra.

I latini incoraggiavano saggiamente un miglioramento continuo della persona, gutta cavat lapidem, la gocciolina scava la pietra – ci ricordava Ovidio e più esplicitamente i nostri predecessori dicevano – Nulla dies sine linea – Neanche un giorno senza una riga. Ci ho messo tanto nella vita a capire quanta saggezza sia racchiusa in questo semplice consiglio. I latini, provvidenzialmente privi di una religione opprimente, davano giustamente peso al presente ed invitavano a vivere con intensità e presenza di spirito. Memento audere semper – ricorda di osare sempre – affermavano con accezione straordinariamente moderna, ma la vetta della tensione contemporanea dell’uomo verso il trascorrere del tempo è certamente la famosa frase di Quinto Orazio Flacco  – Carpe diem et quam minimum credula postero. – Cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel futuro. Il cristianesimo avrebbe frenato per secoli, millenni questo slancio dell’uomo padrone del suo tempo e della sua vita. Peccato perchè qualcuno illuminato ci aveva messo in guardia dai pericoli del fanatismo religioso, Timeo hominem unius libri – Temo l’uomo che ha letto un solo libro – ebbe a dire niente di meno che San Tommaso d’Aquino.

Gli antichi romani davano grande importanza al coraggio e all’ambizione, non credo di esagerare se dico che nel loro atteggiamento rinvengo quello stesso spirito imprenditoriale che ha reso grandi gli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo. In fondo penso che la Roma dell’età imperiale dovesse essere un po’come la New York del ’900, un crogiuolo di popoli, culture, idee. I Romani attribuivano grande importanza alla bontà di ciò che veniva realizzato, una propensione largamente dimenticata nell’epoca moderna. Non multa sed multum – Non molte cose ma molto bene – ci diceva Quintiliano in barba a tutti i paradigmi di produttività e gli faceva eco Catone affermando che - Sat cito si sat bene – è abbastanza presto, se è fatto abbastanza bene. Non che i latini disprezzassero la velocità di esecuzione di un’opera ma avevano capito che essa non deve mai interferire con la qualità della stessa. Festina lente – Affrettati con lentezza – disse con felicissima scelta di termini Sventonio. La passione per le grandi opere (grandi e ben realizzate) faceva si che i latini fossero anche propensi a perdonare il fallimento di chi aveva agito con serietà – In magnis et voluisse sat est – Nelle grandi cose anche l’aver voluto è sufficiente – ci rassicurava Sesto Properzio. E’ una frase che dovrebbero leggere tutti i mediocri che affollano le fila della politica e dell’imprenditoria con l’unico obiettivo di “galleggiare” e consevare il loro ruolo privilegiato.

I latini, pur avendo una religione per tanti versi più acerba della nostra, avevano però un altissimo senzo civico ed una spiccata sensibilità etica e morale. La Roma antica era all’epoca il più mirabile esperimento di integrazione socio-economica con risultati incomparabilmente migliori di quelli di cui tanto ci vantiamo in questo primo scorcio del terzo millennio. Amici mores noveris, non oderis – cerca di comprendere e non di odiare i costumi dell’amico – era un motto che ancora non abbiamo appreso abbastanza e più in generale gli antichi romani ammonivano – Neque irasci, neque admirari, sed intelligere – Non arrabbiarsi, non stupirsi, ma comprendere – parole che non mi stupirei di sentir pronunciare dal Dalai Lama. Ignoti nulla cupido – di ciò che non si conosce non c’è desiderio – affermavano con grande pragmaticità ma allo stesso tempo (e con la stessa pragmaticità) dicevano – Ab usus non tollit usum – L’abuso non vieta l’uso – un concetto che la nostra dicotomica società ancora non ha pienamente inglobato.

D’altra parte i latini si mostrarono profondi conoscitori dell’animo umano, dei veri e propri psicologi ante-litteram. Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit – Non esiste grande ingegno in cui non ci sia un pò di pazzia – affermò ad esempio il saggio Seneca. E ai latini non mancava anche un pizzico di italica furbizia- Stultitiam simulare loco prudentia summa est – Sii stupido, quando lo richiede la situazione stessa – disse Catone – e gli fece eco Orazio – Dulce est desipere in loco. – è piacevole, al momento opportuno, essere stupidi.

Da Voltaire a Steve Jobs

“Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri, come sono?”
(Voltaire, Candido o l’ottimismo, 1759)

Tutti conosciamo Voltaire, come recita Wikipedia filosofo, scrittore, drammaturgo, storico e poeta francese. Tutti immaginiamo che Voltaire se la passasse bene di famiglia, in fondo all’epoca non si diventava filosofi se non si era ricchi. Ma non tutti forse sanno che Voltaire divenne spudoratamente ricco grazie ad un evento molto particolare. Un amico di Voltaire, il matematico Charles-Marie de La Condamine, si accorse che il governo Francese aveva autorizzato una lotteria in cui il premio era assai più elevato del costo di tutti i biglietti messi insieme. I due costituirono un sindacato per l’acquisto dei tagliandi, vinsero e divennero spudoratamente ricchi. Voltaire vinse più di un milione di franchi, una cifra che all’epoca, era il 1728, doveva fare davvero impressione.

Mi piace raccontare questa storia perchè mi sono sempre piaciute le occasioni nelle quali la capacità di vedere le cose in modo originale ha costituito l’elemento vincente. Non mi sono mai piaciute le vittorie prosaiche, gli esiti scontati, ho sempre creduto che la stoffa del fuoriclasse si veda quando si esce dagli schemi. Ho sempre pensato che ognuno di noi avrebbe da imparare da questo modo di vedere le cose ma qualche volta mi chiedo in che modo sia possibile applicare questa capacità nella nostra vita quotidiana che è piuttosto avara nel concederci spazi di originalità.

I want to put a ding in the universe.
Steve Jobs

Qualche giorno fa è morto Steve Jobs ed è davvero stucchevole vedere come in queste ore tutti ne lodino le capacità visionarie e tecnologiche. Io non sono d’accordo con questo incensamento. Jobs era certamente una persona di grande valore ma per motivi diversi da quelli che gli vengono attribuiti. Egli aveva la capacità di riconoscere il valore delle persone e di mettere quelle persone in condizione di esprimersi al meglio.

“Sometimes when you innovate, you make mistakes. It is best to admit them quickly, and get on with improving your other innovations.”

A ben vedere fu così lungo tutta la carriera di Jobs. Da giovane era appassionato di computer, di cui intravedeva le possibilità strabilianti nella vita delle persone, ma fu Steve Wozniak colui che rese possibile il sogno dell’altro Steve. La Apple viene ricordata oggi per aver introdotto l’interfaccia grafica a finestre ma è ben noto che il dispositivo di puntamento che oggi chiamiamo “mouse” fu ispirato dagli analoghi strumenti usati presso la Xerox anni ed anni prima. La Apple lo incluse per la prima volta nel computer Lisa che, guarda caso, fu un clamoroso insuccesso commerciale. Eh si, perchè nonostante l’alone di infallibilità, Jobs ha avuto la sua dose di insuccessi, dal mouse rotondo (buona fortuna per capire in che direzione stai andando) all’Ipod Shuffle con i tasti sulle cuffie (buona fortuna per quando vorrai cambiarle).

“We don’t get a chance to do that many things, and every one should be really excellent. Because this is our life. Life is brief, and then you die, you know? And we’ve all chosen to do this with our lives. So it better be damn good. It better be worth it. [...] And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.”

Jobs aveva però qualcosa che gli altri non avevano ed era appunto la capacità di vedere le cose in modo non convenzionale. Gli altri potevano avere capacità specifiche che lui poteva non avere ma non capivano in che modo avrebbero potuto (e dovuto) usarle in quanto le avevano acquisite in forma convenzionale. Lui aveva tracciato la sua strada da solo e dunque non aveva più nessun ostacolo mentale. In che modo lui aveva sviluppato il pensiero “laterale”? In che modo la convenzionalità si era impadronita del pensiero degli altri?

You can’t just ask customers what they want and then try to give that to them. By the time you get it built, they’ll want something new

E’ Steve stesso a spiegarcelo nel suo famoso discorso di Stanford. Tutto il suo toccante intervento può essere riassunto nella sua frase finale – siate affamati, siate folli. Steve non ha mai smesso di avere fame, non ha mai smesso di cercare cibo intellettuale per la sua mente. Quando si è accorto che l’università non stava soddisfacendo la sua fame non ha avuto paura di mollarla. E’stato folle ma ha seguito la sua fame. Quando vedeva qualcosa di bello, Steve lo voleva per sè e per il mondo. Non importava chi avesse fatto per primo quella cosa, lui voleva farla meglio. Aveva una fame insaziabile e voleva stimolarla in tutti gli altri.

“My job is not to be easy on people. My jobs is to take these great people we have and to push them and make them even better”

In queste ore si raccontano tante cose su Jobs ma un episodio, forse apocrifo, merita di essere raccontato. Si narra che quando presentarono a Steve il primo prototipo dell’Ipod egli lo soppesò, lo osservò, e lo rigettò dicendo che era troppo grande. I suoi interlocutori non trattennero le rimostranze, pensavano di aver già fatto miracoli e non credevano fosse possibile fare di meglio. Jobs allora si alzò, si avvicinò all’acquario e vi gettò dentro l’Ipod. Quelle sono bolle d’aria – indicò Jobs attraverso il vetro – dunque lì dentro c’è ancora spazio vuoto. Fatelo più piccolo.

Because I’m the CEO, and I think it can be done.
On why he chose to override engineers who thought the iMac wasn’t feasible, as quoted in TIME magazine (24 October 2005)

E’in questo episodio che è racchiuso secondo me tutto il vero Jobs. Lui non voleva mettersi a parlare di specifiche tecniche, se lo avesse fatto forse gli ingegneri lo avrebbero convinto che non era possibile fare di meglio. Lui avvertiva la fame per un prodotto migliore di quello e non avrebbe mai accettato di farla tacere. Con un pensiero straordinariamente laterale ha eluso la discussione convenzionale con i suoi ingegneri. C’è aria lì dentro – toglietela.

“Real artists ship.”

Cosa possiamo fare noi per lasciarci ispirare dal suo comportamento? Abbiamo la speranza di rendere le nostre vite delle piccole (o grandi) Apple? Siamo noi a sceglierlo. Lo scegliamo anzitutto scegliendo di non scendere a compromessi sul nostro desiderio di fare ciò che amiamo e ci rende felici.

“Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle. As with all matters of the heart, you’ll know when you find it. And, like any great relationship, it just gets better and better as the years roll on. So keep looking until you find it. Don’t settle.” [Stanford commencement speech, June 2005]

E’grande la tentazione di accontentarsi anche perchè il senso di rinuncia si camuffa abilmente sotto le spoglie di gratificazioni immediate. Non dobbiamo mai barattare la nostra vita in cambio di qualcosa che non può in ultimo renderci felici. Ma dobbiamo allora vagare come anime in pena alla ricerca del senso della nostra vita? Tutt’altro.

“You can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life.” [Stanford commencement speech, June 2005]

Questa di tutte è la frase di Jobs che ricorderò con più piacere. E’capitato tante volte anche a me nella vita. Ho tracciato “puntini” con passione e dedizione ma ad un certo punto mi è sembrato che essi non avessero senso…che unendoli non ottenessi nulla. E’stato solo in seguito, magari in modo inaspettato, che quei puntini hanno tracciato un percorso che mi sta portando laddove non avrei mai sperato di arrivare. Bisogna avere fiducia in sè stessi e credere in ciò che stiamo facendo, indipendentemente da ciò che accadrà. La vita è questione di scelte giuste e noi non dobbiamo aver paura di farne.

I would trade all of my technology for an afternoon with Socrates.
as quoted in Newsweek (29 October 2001)

Ricorderemo Jobs soprattutto per la tecnologia che ha diffuso nel mondo, anche nelle vite di chi non ha mai preso in mano uno dei suoi prodotti. Potremmo pensare che egli fosse ossessionato dalla tecnologia ma io credo che essa fosse solo il mezzo attraverso il quale egli riusciva ad esprimersi meglio. Forse la tecnologia è stata solo il più grande dei puntini che hanno segnato la sua vita. Questo è un grande insegnamento anche per coloro di noi che pensano di essere limitati dall’attività che svolgono. La limitazione può anche oggettivamente esserci ma dobbiamo temerla solo nel momento in cui noi accettiamo che essa possa impedirci di diventare le persone che vogliamo diventare. Neanche per Jobs la vita è stata una passeggiata ma lui ha trovato il coraggio di continuare. E vincere.

“Why join the navy if you can be a pirate?”

Steve è stato un pirata, un pirata della Silicon Valley degli anni ’70. Ha combattuto con il coltello tra i denti contro armate aziendali che neanche si degnavano di riceverlo. Ricordo ancora quando, tornato alla guida della Apple, mandò a tutti i dipendenti una mail il giorno in cui l’azienda superò la capitalizzazione della Dell, avversaria che aveva in precedenza considerata spacciata la Apple. Steve è stato un pirata ma ad un certo punto della sua vita è successo qualcosa che gli ha fatto dimenticare il suo passato. I dispositivi da lui sognati, voluti, prodotti, non erano più pensati per i pirati ma per i marinai di quelle armate che un tempo lui aveva combattuto. Ecco perchè ho acquistato un Macintosh nel 1997, quando Jobs era appena tornato alla guida della sua azienda, ma da allora non ho più acquistato nessun prodotto Apple. Belli son belli, tecnologici lo sono come nessun altro, ma non potrei sentire mio un dispositivo che sono limitato ad usare senza apparente motivo. Mi è onestamente dispiaciuto non poter usare nessun dispositivo Apple in questi anni e non poter dunque condividere l’emozione di avvalermi di una tecnologia che riconosco come superiore. Ahimè, reputo la mia libertà il più importante dei valori e dunque capisco la frase apparentemente rude che ha pronunciato Richard Stallman “non sono contento che sia morto ma sono contento che se ne sia andato”.

Comunque siano andate le cose, grazie Steve per averci regalato delle emozioni. Riposa in pace.

Paradossi divini

Non so se capita anche a voi. I pensieri nella mia mente tendono spontaneamente ad organizzarsi, a sostenersi, a darsi un senso uno con l’altro. Ogni giorno accumulo conoscenza, rifinisco le mie opinioni, consolido le mie idee, fino a quando non arriva una frase, una piccola semplice frase a far traballare tutto, a scuotere la mia anima. Spesso è una frase paradossale che non vuole nè far ridere nè riflettere e proprio per questo diventa una stilettata spietata. Ho voluto qui raccogliere le più incisive che ho incontrato finora sul tema della religione…in fondo il concetto stesso di Dio evoca un salto nell’abisso più profondo della psiche umana.

Iniziamo da Pino Caruso che ci ha regalato alcune perle stupende

Facile essere Dio. Difficile è essere uomini.

Caspita…che colpo…in effetti pensateci…onniscente…onnipotente… infallibile …ma quale merito avrebbe Dio? Come vive, come pensa, come trascorre il tempo qualcuno che non può nè sbagliare nè essere sorpreso dal futuro in quanto egli è il tutto?

Dio mi ha fatto imperfetto e mortale. Permettete che sia almeno un po’ seccato?

Il secondo colpo di Pino Caruso non è da meno del primo…per quale motivo Dio sostiene di averci creato a sua immagine e somiglianza quando non abbiamo nè la sua perfezione nè la sua immortalità? Facile prometterci entrambe in una ipotetica vita futura…quale padre negherebbe ad un figlio ciò che può dargli subito? Quale genitore direbbe ad un figlio malato – ti prometto che la settimana prossima ti darò la medicina che potrebbe curarti subito?

Dio, dicono, ha i suoi disegni. – E allora perché non fa una mostra?

Ah ah! Lo so che i credenti affermano che i disegni di Dio sono contenuti nella Bibbia (mmmmh…da 2000 anni non ha più disegni?) ma questa schiettezza fintamente ingenua di Pino Caruso mi fa letteralmente sbellicare dalle risate. D’altra parte la fiducia di Caruso nelle sacre scritture si intuisce bene da questo ultimo colpo

Creare il mondo in sei giorni, ma che poteva venire? Una cosa arrangiata.

Interpretare letteralmente ed umanamente la creazione divina è un vero colpo di genio…in fondo la Chiesa sembra oscillare tra attinenza rigorosa e interpretazione a seconda della convenienza…tu sei Pietro etc etc basta a giustificare due millenni di vita della Chiesa…ma una creazione in stile Pollon va letta in senso lato…vabbè…

Un altro plurimedagliato è Stanislaw Lec che ci ha lasciato alcune gemme assolute

Rivolgiti sempre agli dei altrui. Ti ascolteranno senza farti fare la fila.

Questa è bellissima, l’idea una divinità che accorda accoglienza con una mentalità da operatore telefonico mi fa piegare dalle risate. D’altra parte, come dice Ambrose Bierce

Pregare: Pretendere che le leggi dell’universo vengano annullate a favore di un singolo postulante, il quale se ne confessa del tutto indegno.

dunque pregare per pregare è meglio farlo verso una divinità a cui ancora non ci siamo venduti, no?! A proposito di invocazioni, mi spiace non poter attribuire a nessuno la fantastica frase

Signore, dammi pazienza, ma sbrigati!

che, a parte farmi ridere come un pazzo, mi fa riflettere sulla stoltezza di chi intende la preghiera con finalità di ottenimento di qualcosa. Se non altro Stanislaw Lec si dimostra profondamente ottimista quando dice che

C’è gente profondamente credente, aspetta solo una religione.

Questa frase non mi fa poi tanto ridere ma mi fa intimamente riflettere sul fatto che la maggior parte della gente è nettamente migliore di quello che il sistema (di cui la religione fa parte) vorrebbe farci credere. Non è dello stesso parere Charles Régismanset che ci ammonisce sul fatto che

Il mondo è pieno di gente onesta che non si incontra mai.

Io non penso che Régismanset abbia detto questo al fine di evidenziare la disonestà della gente quanto per mettere in ridicolo quelle persone che si credono (spesso forti della loro fede) le uniche tenutarie dei valori sociali. Comunque, tornando a Stanislaw Lec, vale la pena ricordare il suo pacato ma pungente avvertimento

Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo.

Mi piace da morire il “troppo”…come se fosse lecito aspettarsi “qualcosa” ma fosse meglio non aspettarsi “troppo”…e riflettendo ci si rende conto che quasi tutto (o proprio tutto?) quello che vorremmo veder avvenire alla fine del mondo rischia di ricadere in quel “troppo”…

Anche Arthur Bloch ci ha lasciato una frase sensazionale.

Un uomo senza religione e’ come un pesce senza bicicletta.

Prendetemi anche in giro ma ci ho messo un po’a capire che il senso di questa frase sta nel fatto che un pesce non saprebbe minimamente cosa farsene di una bicicletta. Si sarebbero potute scegliere tante accoppiate incompatibili (che ne so, un uccello ed un tostapane) ma quella scelta da Bloch è veramente geniale.

Sulle incongruenze della religione ha detto molto sagacemente Luciano De Crescenzo affermando che

Se ai tempi di Gesù fosse esistita la sedia elettrica, oggi in cima alle chiese, invece della croce, ci sarebbe una sedia di metallo e le donne andrebbero in giro con una sediolina attaccata al collo.

L’idea delle donne (chissà perchè poi solo le donne…) con una sediolina attaccata al collo è assolutamente esilarante.

Sull’utilità della religione si è espresso molto crudamente Napoleone che disse

La religione è ciò che trattiene il povero dall’ammazzare il ricco.

Ciò è certamente sensato in quei momenti storici in cui il divario tra ricchi e poveri cresce ogni oltre ragionevolezza…e qualcosa mi dice che stiamo entrando in una di quelle fasi.

Lapidario ma mordace Eugene Ionesco quando afferma che

Dio mi deve delle spiegazioni.

Beh…certamente qualche spiegazione sarebbe gradita se non altro come apprezzamento per la lunga anticamera. Concludo con una frase di Jack Klugman che non è rigorosamente attinente al tema religioso ma è comunque un vero e proprio pugno nello stomaco per chi arrogantemente attribuisce un’importanza smisurata alle proprie parole.

Se George Washington fosse vivo oggi, sarebbe notato soprattutto per la sua incredibile età.

Noblesse oblige.

Al di là del bene e del male

Il male unisce gli uomini.”
Aristotele

Questa vita è un continuo mistero ed una costante meraviglia. Potevamo non essere mai nati, poteva non esistere nulla, eppure c’è un universo che non smette di stupirci e soprattutto ci siamo noi. Nascita, vita, morte, non c’è nessun istante nell’esistenza di ogni essere umano che non desti meraviglia…ma purtroppo il maggior stupore è spesso riservato a qualcosa che solo l’uomo è capace di fare tra le creature del mondo: il male.

“Tra tutti gli animali l’uomo è il più crudele. E’ l’unico a infliggere dolore per il piacere di farlo.”
Mark Twain

A tutti capita di fare del male, anche a chi cerca di non farne, persino a chi farebbe di tutto per non farne. Anche a me capita. Quando accade ci sto male, anche per una piccolezza se mi accorgo di averla fatta con intento. Passi per il male che si può fare senza rendersene conto e senza un destinatario diretto (mi cade una cartaccia per terra e non mi chino a raccoglierla) ma quelle poche volte che mi macchio di una cattiveria deliberata…beh, ci sto male. Non importa quanto l’altro possa averla “meritata”…nessuna persona dovrebbe meritarsi di subire una cattiveria, persino chi l’ha appena compiuta. Non si tratta di un prodotto di qualche insegnamento religioso, è la semplice constatazione che il male ripagato con il male produce una spirale di odio che nessuno potrà più fermare.

“Prima di partire per il viaggio della vendetta, scava due fosse”
Confucio

La domanda nasce spontanea. Per quale motivo si dovrebbe essere il primo ad interrompere la catena del male? Quale motivo abbiamo noi di perdonare a chi ha compiuto del male? No n è forse una giusta punizione il modo migliore per vendicare il male e per indicare la retta via agli altri?

“L’idea di una fonte sovrannaturale del male non è necessaria, gli uomini da soli sono capaci di ogni nequizia.”
Joseph Conrad

Le ragioni della rinuncia al male vengono fatte tipicamente risalire ad una giustizia superiore al quale l’uomo deve attenersi e nel quale deve rifugiarsi. Il perdono viene visto come una rinuncia ad una giustizia di questo mondo nella convinzione che la giustizia dell’altro mondo sia più incisiva e durevole. Quale idiozia. Che senso ha astenersi da una vendetta solo per sperare che ne arrivi un’altra maggiore in seguito? Solo per non sporcarsi le mani o vantarsi di essersi rimessi ad un volere divino?

“Se partissimo dal presupposto che siamo tutti folli, questo ci aiuterebbe a comprenderci gli uni con gli altri, risolverebbe molti enigmi.”
Mark Twain.

Perdono è una parola sbagliata o perlomeno usata con accezione errata. Il vero perdono risiede nella consapevolezza della propria indissolubile unità anche con chi ha commesso il male. Perdonare non vuol dire solamente rinunciare a perseguire la persona malvagia magari sentendosi lieti di essere diversi da lui, perdonare vuol dire sentirsi uniti a lui. E’vero che a differenza sua noi non ci comportiamo (mai?) malvagiamente ma questa differenza di comportamento non giustifica la frattura tra noi e chiunque altro.

“La natura degli uomini è la stessa; sono le loro abitudini che li differenziano”
Confucio

Questa è la verità più profonda, più difficile da accettare ma anche più liberatoria. Noi siamo tutti intimamente uguali, uguali nelle nostre ambizioni, nei nostri sogni, nelle nostre paure, debolezze. Smettiamo di essere uguali solamente nel nostro modo di comportarci, di vivere la nostra umanità. C’è chi ha coraggio di seguire i propri sogni e chi vi rinuncia e vive di rimpianti, chi affronta le proprie paure e chi scappa, chi lavora per correggere le proprie debolezze e chi non fa nulla per separarsene. Siamo uguali ma abbiamo paura di ammettere che la nostra diversità è una questione di scelte e di non natura

“Indossiamo tutti delle maschere, e arriva un momento in cui non possiamo toglierle senza toglierci la pelle.”
André Berthiaume

E’curioso che nella società moderna si voglia vedere la diversità come una caratteristica intrinseca della persona. Ci sentiamo diversi dagli extracomunitari come per vocazione divina, pensiamo di essere diversi dai delinquenti come se non sapessimo neanche concepire l’idea del male, mascheriamo la consuetudine da virtù, l’uniformità da perfezione. Abbiamo paura di vedere i nostri veri volti, paura di riflettere, di parlare con noi stessi, di scoprire la nostra intimità come se, una volta vista, non potessimo più far finta di nulla. Viviamo la vita di un altro, della nostra maschera sociale. Ed invece sarebbe così bello poter dire ogni giorno a sè stessi che scegliamo quotidianamente di essere come siamo, che sappiamo guardare negli occhi il male senza il timore che lui possa corromperci, che siamo capaci di provare compassione e profonda unità con chi cede, necessariamente per debolezza od ignoranza, alle sirene del crimine.

“Ogni uomo normale deve essere tentato, a volte, di sputarsi sulle mani, issare la bandiera con il teschio e mettersi a tagliare gole.”
H.L. Mencken.

Oh si, mi incazzo…qualche volta mi incazzo…e vorrei che anche la natura si incazzasse davvero…vorrei che la furia divina si scagliasse contro tutti coloro che deliberatamente agiscono per il male…ci sono persone che qualche volta penso che non avrei pietà ad uccidere con le mie stesse mani…ma poi…poi capisco la fallacità del mio ragionamento…la follia di un odio che pretende di curare un altro odio…e allora torno a scegliere di essere la persona che sono…e cerco anzi di essere una persona migliore.

“Quasi tutte le assurdità del comportamento derivano dall’imitazione di coloro a cui non possiamo somigliare.”
Samuel Johnson

Ho smesso anni fa di avere idoli. Non mi interessa sapere chi ha vinto il Gran Premio, la medaglia d’oro alle Olimpiadi o il Tour de France, non mi interessa conoscere il successo discografico dell’estate nè il film che ha sbancato i botteghini, non inseguo record, imprese, traguardi. Non voglio imitare nessuno perchè dietro l’imitazione si nasconde una profonda insoddisfazione di ciò che si è. Non voglio la maschera di nessuno, voglio semplicemente togliermi la mia.

“Non sforzarti di essere migliore degli altri, cerca di essere migliore di te stesso”.
Faulkner

Ogni giorno cerco di farlo, con umiltà ma con convinzione. Ogni giorno mi ripropongo di alimentare l’abitudine alla pace, alla pazienza. Accolgo ogni prova che la vita mi sottopone con la gioia di chi ha l’occasione di rinnovare la sua scelta di vita.  Quando sbaglio e cedo al mio ego, accolgo comunque l’evento con gratitudine perchè ho trovato un miglioramento da fare entro di me, un angolo da smussare, un nuovo ponte attraverso il quale rafforzare l’unità tra me ed il resto del mondo.

Acqua zuccherata

Vuoi vendere acqua zuccherata per tutta la vita o vuoi avere una possibilità di cambiare il mondo?

Queste parole mi sono risuonate stamattina mentre andavo in ufficio con lo scooter. Arrivato al termine di una settimana durissima per intensità lavorativa e per la tensione nei rapporti interpersonali con il capo, riflettevo sul senso più ampio della vita e sul quel sentimento che credo alberghi in ognuno di noi di fare qualcosa che valga la pena d’esser ricordato.

In fondo – mi dicevo guidando verso l’ufficio – anche io forse produco poco più di acqua zuccherata…faccio calcoli che nessuno vedrà mai per impianti di cui la stragrande maggioranza della gente ignora anche l’esistenza.

E così ripensavo alle parole di prima, quelle che disse Steve Jobs al momento di convincere John Sculley a lasciare la solidissima Pepsi per salire sul carro ancora incerto della Apple. Jobs riuscì nel suo intento ed è bello pensare che una frase così intensa possa aver cambiato il corso degli eventi.

Qual è allora la mia possibilità di cambiare il mondo, quella per cui dovrei smettere di vendere la mia acqua zuccherata? Grande la tentazione di rispondere facendo leva sulle proprie passioni. Oh certo…la matematica…gli scacchi…il go…lo zen…argomenti nobili…inesauribili…però…questa volta la risposta non sembrava soddisfarmi come al solito…in genere mi basta pensare ad uno di questi argomenti per sentire la mia anima respirare…ma non questa volta…

Pensavo…pensavo a tutte le persone del mondo che magari non conoscono la matematica e non sanno giocare a scacchi…pensavo alle persone che non vogliono cambiare il mondo ma fanno del bene alle persone che incontrano…dal sorriso alla cura di una malattia…pensavo ai miei genitori che non hanno certamente cambiato il mondo ma mi hanno dato la vita…e che vita…e dopo tutti questi pensieri mi sono sentito piccolo…anche un po’meschino…

Pensavo…pensavo a quella storia zen che più o meno recita così…un maestro va lungo la spiaggia dopo una mareggiata e vede tante stelle marine agonizzanti sulla sabbia…ed inizia a ributtarle a mare…va avanti per un po’fino a quando non lo vede un discepolo che gli dice – maestro, perchè perdere tempo in questo modo? Arriverà prima o poi un’altra mareggiata che le riporterà a riva…non potrà mai salvarle tutte! – non voglio salvarle tutte – rispose il maestro chinandosi a prendere l’ennesima stella marina – voglio salvare lei – e la getto in acqua.

Ecco…la storia è chiara…non esiste il “tutte le stelle marine”…esiste ogni stella marina…ogni vita…ogni gesto…la sfida non è contro le mareggiate ma contro la parte di ognuno di noi che ci fa pensare che un gesto non valga la pena d’esser fatto senza un motivo in qualche modo superiore a giustificarlo. Quale sciocchezza!

E allora, mentre ormai stavo per arrivare in ufficio, mi è venuta in mente un’altra frase di un tale Bryan Johnson.

Questi giorni la gente parla tanto di seguire la propria passione. Ma puoi essere davvero appassionato di processamenti di carte di credito? Io non sono particolarmente appassionato di pagamenti ma sono appassionato del fatto di cercare di costruire una buona azienda.

Ecco…finalmente capivo…bene la matematica…ottimi gli scacchi…tutto buono ma soprattutto buono deve essere ciò che faccio quotidianamente…fosse anche per produrre la mia acqua zuccherata.

PS Mi sono dimenticato di dire una cosa. John Sculley entrò presto in conflitto con Steve Jobs e finì per estrometterlo dall’azienda. Sotto Sculley la Apple passò un momento di crisi così profonda che Jobs in quegli anni affermò che gli avversari non divoravano la Apple solo per paura del sapore che potesse avere. Andato via Sculley, poco dopo Jobs tornò alla guida della Apple. Il resto è storia.

Siate diversi, siate unici

Quello di oggi non è un mondo facile per essere diversi. Il contrasto tra mezzi di informazione sempre più globali ed una popolazione in esponenziale aumento crea una forte spinta all’omologazione. E non parlo di usare lo stesso shampoo dell’amico o vedere la stessa trasmissione televisiva del vicino di casa. Parlo del fatto che sempre più spesso ci sia un modo considerato corretto di fare le cose, di rapportarsi con gli altri, e qualunque deviazione da questo canone viene visto con sospetto.

Apprezza la tua unicità
CAPTAIN KANGAROO

Non sono una persona normale. La persona normale non esiste come non è mai esistita la persona che mangia il pollo a testa di Trilussa. La normalità è una mediazione statistica buona per i pubblicitari ma molto pericolosa per tutti gli altri. Come fare a non rischiare di essere tra che coloro che sentono la pressione di adeguarsi al sentire comune?

Per vivere bene devi diventare te stesso.
BILL JACKSON

Quello che mi piace di questa frase è il verbo “diventare”…come si può diventare se stessi quando, per definizione, ognuno di noi è già se stesso? Nella comprensione di questo paradosso c’è a mio avviso uno dei grandi segreti della vita. Si, è vero, ognuno di noi è se stesso…ma sceglie ogni giorno di vivere in sintonia con se stesso? Decide in ogni occasione di comportarsi coerentemente ai propri desideri, al proprio modo di essere, o di volta in volta sceglie la strada più battuta anche a costo di sacrificare la propria visione del mondo?

La solitudine è un bel posto da visitare ma un pessimo posto in cui rimanere.
JOSH BILLINGS

Come è curiosa la vita. In passato si viveva in famiglie numerose, in modo promiscuo, senza alcuna attenzione alla privacy…eppure c’era il modo di essere soli…non in senso fisico ma mentalmente…bastava spegnere la TV per tagliare praticamente ogni ponte con il mondo esterno…tranne qualche rara telefonata a casa (a cui si poteva sempre non rispondere), non c’erano cellulari, internet, pc, smartphone, tablet e mille altri dispositivi a tenerci forzatamente connessi con il mondo. Oggi la solitudine mette paura. L’assenza di stimoli viene vista come il preludio alla morte cerebrale…ci si sente vuoti…impauriti dal fatto di trovarsi soli con se stessi. Se oggi qualcuno afferma di godere occasionalmente della propria solitudine o semplicemente di essere ancora capace di uscire di casa senza un cellulare verrebbe visto con diffidenza…forse addirittura con sospetto.

Non appena pensiamo di aver raggiunto una vita confortevole troviamo una parte di noi che non vi trova spazio.
GAIL SHEEHY

La paura del silenzio conduce alla paura della concentrazione, della riflessione. Quando è stata l’ultima volta che siete riusciti a pensare per un tempo congruo, per una o due ore almeno, ad un argomento senza interruzioni o distrazioni? Il nostro io è un luogo che visitiamo sempre più raramente ed in questo modo ci stiamo disabituando a noi stessi. Eppure l’uomo, qualunque uomo, ha bisogno di dare spazio al propria interiorità, di rigenerarsi tornando in contatto con la propria essenza. Non si tratta di introversione o di asocialità ma del raggiungimento di un sano equilibrio tra noi e gli altri.

C’è un angolo di follia nella mente del più saggio degli uomini.
ARISTOTELE

E, aggiungo io, anche il più saggio degli uomini ha bisogno occasionalmente di rifugiarsi in questo angolo di follia, di alimentare la propria saggezza alla fonte della sua intimità. Non bisogna mai avere paura di riservare del tempo e dello spazio per sè stessi, mai temere di interrompere il flusso traboccante di stimoli esterni per ascoltare la flebile voce del nostro io. Dobbiamo avere la consapevolezza della nostra unicità e del rispetto che essa merita, dobbiamo avere fiducia in noi, in ciò che possiamo fare ed in ciò in cui crediamo. Non temiamo che la fiducia in noi venga scambiata per tracotanza o stramberia, non stiamo gonfiando il petto per ostentare questo o quel risultato ma stiamo onorando il patto che ognuno dovrebbe stipulare con sè stesso di voler diventare ogni giorno una persona migliore.

Se non possiamo mettere fine alle differenze, almeno possiamo contribuire a rendere il mondo più sicuro nei confronti della diversità.
JOHN F. KENNEDY

Raramente ho trovato le parole di un politico tanto sagge. Sono certo che molte persone riuscirebbero ad essere migliori se la società incoraggiasse o almeno rispettasse di più la diversità. Dato che purtroppo il mondo non sembra orientato in quella direzione, una volta in più vale l’invito di Gandhi ad essere noi in prima persona il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Siate diversi. Siate unici.

La verità vi renderà folli

Ognuno di noi ricorderà cose belle e brutte del passato, e quelle belle saranno diverse per ognuno di noi. Tornare ogni tanto con il pensiero agli anni precedenti non è solamente un modo per accarezzare il lato malinconico della propria anima ma anche un’occasione per riscoprire ciò che ci ha donato felicità.

Se ripenso a quando avevo dai 16-17 ai 20-21 anni, una delle cose che ricordo con più piacere è quel senso di meraviglia che provavo ogni volta che scoprivo qualcosa di nuovo. Parlo in particolare dello studio anche se le stesse sensazioni pervadevano poi ogni altro aspetto della mia vita. Derivate ed integrali…che scoperta meravigliosa…e le equazioni differenziali…fantastiche…trasformata di Fourier…non avevo idea di cosa potesse servire…ma mi sembrò un dono divino…e anche quella di Laplace…ne conoscevo qualche applicazioni in più ma forse mi piaceva un po’di meno…ma cosa importava…vivevo con la sensazione che avrei potuto imparare una cosa nuova al giorno eppure non esaurire mai gli argomenti che avrei potuto affrontare…

“Non è possibile risolvere i problemi con lo stesso livello di coscienza che li ha generati.”
Albert Einstein

“Ciascuno chiama idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle sue.”
Marcel Proust

Hanno ragione Einstein e Proust, molte idee si chiariscono solo andando avanti…ecco perchè è così importante che avanti ci si vada davvero. Ricordo un episodio, sciocco ma a suo tempo illuminante. Era il secondo liceo e dovevo imparare le coordinate del vertice della parabola…che barba! Per mia fortuna fu proprio in quei giorni che conobbi per la prima volta il concetto di derivata…e così scoprii che il vertice della parabola era il punto in cui la derivata si annullava. Fu un attimo ricavare quelle coordinate che fino a prima mi erano sembrate un inutile sforzo mnemonico. L’essere andato avanti aveva chiarito ciò che prima chiaro non era. Ma andando avanti nella vita, lo studio diventa come l’atto di mangiare una coscia di pollo. I primi brandelli di carne si staccano con facilmente e saziano subito. La carne che rimane, però, è sempre più difficile da spolpare anche se è proprio quella più saporita. Fino a quando è saggio dedicarsi a spolpare e quando è invece meglio azzannare un nuovo pezzo?

I have not failed. I’ve just found 10,000 ways that won’t work.
Thomas Alva Edison

An expert is a man who has made all the mistakes which can be made, in a narrow field.
Niels Bohr

Edison e Bohr non hanno certo bisogno di presentazioni, quello che hanno fatto basterebbe a dare gloria eterna ad una mezza dozzina di persone. Eppure, con la vera umiltà che è propria solo dei più grandi, spiegano come il successo non sia sempre una naturale, quasi ovvia conseguenza del proprio impegno. Anzi, curiosamente il fatto di aver accumulato insuccessi può aiutare ad acquisire uno status di esperto secondo le parole dello stesso Bohr. Ma è davvero questo che vogliamo nella vita, diventare un esperto?

Per sottrarsi alla fatica di pensare, i più sono persino disposti a lavorare.
Alessandro Morandotti

Dopo 8 anni di lavoro mi accorgo che lavorare porta a due cambiamenti, uno positivo ed uno negativo. Quello positivo consiste nel fatto che si impara a conoscere un argomento con una profondità a cui nessun corso universitario può avvicinarsi. Dopo quasi un decennio di piping stress analysis, certamente posso dire di essere tra le cento persone in Italia che ne sanno di più. Questo porta alla piacevole sensazione di essere produttivo, di sapere che il proprio lavoro è utile, produce ricchezza. Il rovescio della medaglia è che il contatto costante con un argomento specifico porta ad un’inaridimento della curiosità in altri ambiti. Dopo aver combattuto 8 ore con un calcolo di stress analysis, chi ha voglia di tornare a casa e mettersi a suonare, a dipingere o a giocare a scacchi? Eppure è proprio ciò che da qualche tempo a questa parte mi sto riproponendo con forza di fare. E non perchè, sia ben chiaro, ciò debba costituire una evasione dal lavoro, quanto perchè reputo che faccia bene alla mia persona, dunque al lavoratore che è in me, mantenere vivo il desiderio di capire, di studiare e per certi versi di meravigliarmi.

Senza una grande solitudine nessun lavoro serio è possibile.
Pablo Picasso

Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli.
Aldous Leonard Huxley

Viviamo nel mondo della comunicazione, bombardati da continui stimoli e costantemente invitati alla pratica del multitasking. E’possibile ancora apprezzare il sottile gusto dello studio? Io credo di si. Come l’invenzione dell’automobile non ha cancellato il piacere di una passeggiata in bici ed anzi l’ha reso un privilegio ancora più gradito a chi possa (e voglia) permetterselo, così l’abbondanza di contenuti non ha eliminato il piacere di approfondire qualcosa a cui si tenga davvero. Questo è il proposito che da mesi sto sperimentando nella mia vita e che in questa occasione esprimo esplicitamente perchè sia stimolo per me ed incoraggiamento per chi mi legge. Voglio riscoprire quel senso di fiducia e di stupore che ti fa vibrare le membra e ti riscalda l’anima, voglio rinsaldare la convinzione che ogni cosa è lì per essere capita, voglio ritrovare lo slancio che diventa determinazione, la fatica che si trasfigura in soddisfazione prima e gioia dopo. Voglio essere affamato di verità, bramoso di vivere ogni istante fino in fondo.

Solo l’impegno produce la maestria

Pleasure in the job puts perfection in the work.
Aristotele

Quando fui assunto per il mio primo lavoro mi sentivo al settimo cielo. Pensavo che finalmente avrei messo in pratica quello che avevo studiato per tanti anni, pensavo che avrei avuto la possibilità di perfezionarmi e che la mia bravura avrebbe trovato il giusto riconoscimento. Pensavo che, liberato dall’obbligo degli esami, avrei avuto anche più tempo per me stesso e per le mie passioni.

Mi bastò poco a rendermi conto di quanto mi fossi sbagliato. Dopo neanche un mese realizzai che ero stato messo a fare un lavoro dai contorni oscuri che nessuno si era preoccupato di spiegarmi, mi resi conto che avrei potuto fare per decenni quello stesso lavoro senza la necessità di migliorarmi e capii che avrei vissuto la vita in perenne emergenza lavorativa che tutti si aspettavano che io compensassi con orari di lavoro da minatore cinese.

Fu così che, per preservare la mia salute mentale, divenni un membro della nobile setta dei fancazzisti.

Non sottostimare il valore di non fare niente.
A.A.Milne

A differenza di quanto il nome faccia intendere, non è vero che i fancazzisti non fanno nulla. C’è chi pensa di poter farla franca in questo modo ma in genere queste persone vengono rapidamente scoperte e ghettizzate. La vera arte del fancazzista è nel fare il minimo necessario per non essere considerato il collo di bottiglia del progetto. Il fancazzista è un rematore che deve vogare con la minima forza necessaria a mascherare il fatto che la barca sta andando meno velocemente di quel che potrebbe. Non deve vogare troppo piano ma non ha alcuna intenzione di vogare più forte, non fosse altro perchè una persona che voga più forte in un equipaggio di decine di persone si sacrificherebbe per un aumento impercettibile della velocità.

Il fancazzista è una persona che, resosi conto dell’inutilità dei suoi sforzi personali, fa di tutto affinchè non li debba più fare. I metodi sono innumerevoli ed affinati da anni di pratica. Lamentarsi degli altri è il più semplice e potente. Ci si può lamentare delle informazioni ricevute, degli strumenti a nostra disposizione, dei troppi cambiamenti effettuati, l’importante è lamentarsi e colpire quando si è in condizione di farlo. Come dice mio padre – chi mena prima mena due volte – dunque prima che qualcuno si lamenti di te perchè non lamentarci noi di lui?

Il fancazzista è una persona che non si chiede nulla più di ciò a cui deve rispondere, che non chiede il meglio se il bene è abbastanza, che non si chiede perchè qualcosa si fa in un certo modo se quel modo sembra funzionare. Il fancazzista è una persona che, capendo che anche gli altri sono più o meno fancazzisti, tende ad ignorare le loro richieste confidando nel fatto che molte di esse, per pigrizia o disperazione di chi le formula, non troveranno seguito.

Non vale la pena di fare nulla a meno che le conseguenze non possano essere serie.
George Bernard Shaw

Se mi è bastato un mese per diventare un fancazzista, ci ho messo quasi 8 anni per smettere di esserlo. Non sono mai stato felice di essere un fancazzista, non ho mai accettato l’idea di aver studiato con passione e dedizione per due decenni solo per sedere ad una scrivania con il minimo sforzo possibile. Quando ho avuto l’occasione mi sono sempre sentito come un guerriero chiamato a scendere di nuovo nell’arena; e non mi sono mai tirato indietro. Ma passato il momento, archiviato l’attimo, ho sempre pensato che non avessi altra scelta che tornare ad essere un fancazzista. Che altro avrei potuto fare? Per coltivare i miei interessi personali avevo bisogno di tempo…molto tempo…e se potevo sottrarlo al lavoro…perchè no? Perchè avrei dovuto impegnarmi più del necessario? A che pro? Un aumento di 50 euro lordi che avrei preso ogni 2 anni invece che 3 anni?

Dopo 8 anni ho capito che stavo dando la risposta giusta alla domanda sbagliata. La domanda giusta sarebbe stata – in che modo posso vivere felicemente? Sarebbe bastato guardami indietro per capire che non era il tempo in più a rendermi felice. Anzi. Sprecare tempo rubato ti mette in uno stato d’animo doppiamente negativo, come un ladro che fa il colpaccio solo per spendere stupidamente la refurtiva. Qualche volta sorrido del fatto che, grazie alla tecnologia a nostra disposizione e all’aspettativa di vita, probabilmente ognuno di noi ha a disposizione 10 volte il tempo libero che deve aver avuto Pitagora o Riemann ma questo non ci rende certamente più produttivi di loro. La vita non è una corsa ad ostacoli ma un tiro al bersaglio – mi capitò di leggere una volta. Ed io avevo corso per 8 anni ma non mi ero minimamente avvicinato al bersaglio.

E’curioso. Sembra che anche il lavoro apparentemente più interessante lo sia molto meno per chi lo deve fare ogni giorno. Il pilota d’aerei finisce per sentirsi poco più di un tranviere ed il chirurgo non così diverso da un falegname. Eppure ogni lavoro potrebbe essere interpretato con dedizione e passione se solo ci si soffermasse su ciò che rende quel lavoro degno di essere fatto.

Qualche mese fa ho deciso di dare una seconda chance al mio lavoro, di interpretarlo con la stessa gioia e passione con cui lo avrei affrontato appena laureato. E non l’ho fatto per l’azienda, la carriera od i colleghi ma semplicemente perchè ho capito che in questo modo sarei stato più felice, felice di fare con competenza il mio lavoro, felice di aver contribuito alla riuscita di un progetto, felice di aver onorato la mia nazione in un contesto multiculturale. Non mi ha meravigliato poi scoprire che il tempo a cui rinunciavo non solo non ha compromesso la mia produttività personale ma anzi mi ha spinto ad usare in modo molto più responsabile il restante tempo a mia disposizione.

Non rinnego il mio passato fancazzista e sono convinto che il luogo di lavoro sarebbe più gradevole se ci si prendesse un po’tutti meno sul serio…in fondo si passa una bella fetta della propria vita in ufficio. Oggi però mi rendo conto che non si può pensare di vivere a compartimenti stagni, vegetando in ufficio e riservandosi slanci pindarici al di fuori. Impegnarsi sul lavoro ci rende persone migliori, persone più complete, più positive. In fondo, come disse qualcuno – solo l’impegno produce la maestria.